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L'affondamento

In meno di dieci minuti la direzione del vento è cambiata ed ora la tempesta entra direttamente nella cala; prima che i marinai di guardia capiscano cosa sta accadendo, le ancore iniziano ad arare sul fondo e la nave scivola verso le rocce di punta Papa, nell’oscurità totale. Quando i motori vengono accesi è ormai troppo tardi, il fianco destro della nave urta violentemente gli scogli danneggiando le tubazioni del carburante con il conseguente spegnimento dei motori. Senza possibilità di governo la nave è condannata. Dalla sala radio viene lanciato un SOS; sull’isola c’è una guarnigione inglese e il comandante dà l’ordine di sparare alcuni razzi di segnalazione e alcune raffiche di contraerea, sperando che accorrano in loro aiuto. Al buio, con la pioggia battente ed il vento violentissimo è difficile capire la situazione in tutta la sua gravità; solo con le prime luci dell'alba si rivela la drammaticità degli eventi. Le onde sommergono il ponte di comando e spingono con ritmo regolare ed ineluttabile la nave contro gli scogli; la prua urta contro uno scoglio alto 10 metri, la poppa contro un altro appena affiorante; entrambe le rocce sono abbastanza distanti dalla costa e non c'è traccia di spiaggia nei dintorni. L'equipaggio è frastornato e indeciso; gli ufficiali hanno fronteggiato le più disparate situazioni, dallo sbarco ad Anzio ai raid aerei tedeschi, alle tempeste in Atlantico, ma questa è del tutto nuova e inaspettata. Il tempo è scandito solo dal rumore sinistro delle lamiere che si piegano contro la scogliera, fin quando le grida del marinaio Francis Curry non attirano l'attenzione. Curry, approfittando del rollio della nave, è riuscito a saltare sulla terraferma nel momento di maggiore vicinanza alla roccia delle strutture superiori della nave. Immediatamente vengono lanciate delle cime per stabilire un collegamento; il comandante ordina ad altri uomini, tra cui il timoniere che parla italiano, di raggiungere Curry e andare verso il paese a cercare aiuto. In breve viene organizzato il trasferimento dell'equipaggio sulla terraferma, passando dalla torretta del cannoncino, sul ponte più alto. Il guardiamarina Irving B. Gerson ed altri aiutano gli uomini a saltare sullo scoglio, tenendoli in equilibrio sulla ringhiera della torretta finchè la nave si inclina al punto tale da permettere il salto. In questo modo fortunoso riescono ad abbandonare la nave quasi cento uomini. Nel frattempo, gli squarci nella fiancata si allargano e la quantità d'acqua imbarcata fa diminuire in ampiezza le oscillazioni, rendendo i salti verso la terraferma sempre più radi e difficoltosi. Vengono sistemate alcune reti da carico sulle rocce fino quasi al livello dell'acqua per cercare di agevolare il salto senza rischiare di finire schiacciati tra la nave e la scogliera. Dopo molta indecisione il comandante fa uscire anche i prigionieri tedeschi ed italiani, custoditi sottocoperta; la scelta non è facile in quanto potrebbero creare problemi vista la confusione che regna sui ponti. Ma questi ultimi, una volta all’esterno, si rendono velocemente conto della situazione e collaborano alle operazioni di salvataggio. Gli ufficiali recuperano i libri di bordo, i codici segreti e i documenti dell'equipaggio; nel trambusto non viene dimenticata neanche la mascotte di bordo, una cagnetta di nome Suzy; nonostante il pericolo, l'equipaggio la trasferisce a terra utilizzando alcune cime a mo’ di teleferica. 
      Continua

 
Salvataggio dei naufraghi Naufraghi sugli scogli William B. Gerson Meyer, Vance, Taylor, Dugan e Suzy a Biserta nel 1944 Daily News del 2 Aprile 1944