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La storia del GIUSEPPE MAGLIULO (cont.)

Dalla dichiarazione di abbandono, depositata presso la Direzione Marittima di Napoli, risulta che la proprietà del GIUSEPPE MAGLIULO era suddivisa tra 12 caratisti.
Il carato, nel diritto della navigazione, rappresenta ciascuna delle 24 quote in cui si divide la proprietà di una nave mercantile. I vari soci possono acquistarne una parte concorrendo agli oneri e ai ricavi in base al numero di carati in loro possesso. Un sistema di ripartizione delle quote così frazionato riflette una caratteristica della Marineria napoletana dell'epoca: navi di piccola e media stazza gestite per lo più in "comproprietà".
21 carati del GIUSEPPE MAGLIULO erano suddivisi tra 8 membri della famiglia mentre i rimanenti 3 appartenevano a Ottavio Gaglione, Michele Paino e Davide Bottiglieri, facente parte di una delle più grandi famiglie di armatori italiani.
Il GIUSEPPE MAGLIULO, 845 tsl, era lungo 63 metri e largo 10; aveva un'unica elica e una caldaia Okamoto Osaka a triplice espansione che generava una potenza di 546 CV. Tutte le ricerche sull'ultimo viaggio della nave attraverso i documenti d'archivio non hanno dato esito. Le notizie in nostro possesso si basano sui ricordi dei nipoti di Giuseppe Magliulo.
La nave era adibita prevalentemente al trasporto di legname tra i porti italiani. I nipoti ricordano che una volta il nonno accettò il trasporto di muli in Etiopia per conto del Regio Esercito. La nave fu adattata al trasporto di animali allestendo mangiatoie nelle stive. Per un "carico" del genere fu molto difficile trovare un equipaggio che accettasse l'ingrato compito di rimuovere gli escrementi dei muli durante la navigazione.
La nave, durante il suo ultimo viaggio, era diretta a Gaeta. Il figlio di Giuseppe Magliulo, omonimo del padre, comandava la nave. Alle 3,30 un'esplosione apre una falla causando alcuni morti tra cui il comandante stesso e Giuseppe Paino. Dai documenti storici la nave affonda per urto su mina anche se la famiglia ha sempre attribuito la perdita ad opera di un siluro.
In considerazione della data e del luogo di affondamento, 6 settembre 1943, Golfo di Gaeta, è verosimile che la causa sia stata l'urto con una mina come riportato dalle fonti ufficiali. I tedeschi disseminano le coste italiane di mine durante tutta l'estate del 1943 in previsione di un imminente sbarco degli alleati che da luglio occupano la Sicilia e il 9 settembre 1943 sbarcano a Salerno (Operazione Avalanche). I posamine tedeschi POMMERN e BRANDENBURG, scortati dal cacciatorpediniere VIVALDI, minano il Golfo di Gaeta e quello di Salerno con 7 barriere per un totale di 1196 mine.
Per usare un'espressione oggi purtroppo molto in voga, la nave fu colpita da "fuoco amico".       Continua

 
Il bigo spezzato il posamine Brandenburg il posamine Pommern le bitte