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Alcuni rimedi
Generalmente
il primo tentativo è contenere il greggio con barriere mobili e,
in seguito, provare con la raccolta meccanica degli idrocarburi.
Spesso questi tentativi non possono essere eseguiti a causa delle cattive
condizioni del mare e dei venti forti, in questo caso si ricorre all’impiego
di solventi chimici che tendono a separare la macchia in tanti microaggregati
che diventano più facili da eliminare; quest'ultima soluzione ha
per contro un elevato contenuto tossico dei prodotti e un minor controllo.
Altri sistemi abbastanza comuni per ridurre l'estensione sono legati alla
combustione in posto dell'olio combustibile, con il grave effetto di rilasciare
contaminanti nell’atmosfera. Ricerche più recenti si stanno
indirizzando verso metodi di bonifica “biologica”utilizzando,
cioè, batteri “mangiapetrolio”.
Nelle operazioni di pulizia delle spiagge, inevitabilmente invase dalla
marea nera, si evitano i mezzi meccanici che hanno come effetto contrario
la raccolta di troppa sabbia e di arrivare troppo in profondità,
alterando in questo modo l’equilibrio naturale dell’arenile.
Per contro, si possono usare basi impermeabili per la raccolta del catrame
e acqua bollente per la pulizia delle rocce.
L'esperienza ormai acquisita sugli “oil spills” ha mostrato
che si riscontrano effetti biologici consistenti anche diversi anni dopo
lo sversamento, come il calo numerico di specie animali e vegetali nonché
il numero d’individui all’interno di tali specie, legati allo
sconvolgimento della catena alimentare.
Tale effetto sembra principalmente legato ai tempi lunghi necessari all’ambiente
per autodepurarsi tramite meccanismi d’evaporazione e biodegradazione,
per cui lo strato oleoso permane molto a lungo, ostacolando l’ossigenazione
e il passaggio della luce e inibendo così la vita degli organismi
fotosintetici, primo anello della catena trofica.

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