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Oil spill
La sensibilità ecologica che viene avvertita dall'opinione pubblica
come un'istanza primaria ha avuto un forte impulso a livello culturale
e mediatico il 18 marzo 1967, quando un’immensa macchia nera prese
forma di fronte alla punta della Cornovaglia spostandosi poi sulle coste
meridionali inglesi e della Normandia. Lo sversamento accidentale (oil
spill) di 121.000 tonnellate di greggio della Torrey Canyon divenne sinonimo
di disastro ambientale. Ma solo con l’affondamento dell’Exxon
Valdez, davanti alla Baia di Prince William Sound in Alaska nel marzo
del 1989 (è solo del dicembre 2002 la sentenza di condanna contro
la Exxon Mobil che dovrà pagare un risarcimento di quattro miliardi
di dollari), vi fu una sostanziale presa di coscienza del problema e le
stesse compagnie petrolifere cominciarono ad attivarsi in modo significativo,
anche con lo stanziamento di fondi nel campo della ricerca.
Il disastro ecologico provocato dai frequenti naufragi delle petroliere
nei diversi mari del mondo, con la dispersione in mare di migliaia di
tonnellate di greggio, ripresenta ogni volta in modo drammatico la problematica
della prevenzione e degli eventuali rimedi.
Si calcola che nel Mediterraneo, ogni anno, ci sia una dispersione di
circa 635.000 tonnellate di petrolio fra incidenti, acque di lavaggio
delle cisterne scaricate a mare (operazione proibita per legge ma svolta
ugualmente) ed errate manovre di carico e scarico nei terminali. E’
opinione diffusa che la responsabilità di questi incidenti sia
legata all’errore umano anche se potenzialmente risultano più
pericolose le cattive condizioni in cui si trovano le navi da trasporto
commerciale, a ragione soprannominate “carrette del mare”.
Non a caso l’IMO (International Maritime Organization) sta cercando
di imporre, a livello internazionale, la presenza del doppio scafo come
requisito standard per le imbarcazioni destinate a trasporti di queste
sostanze. Prescindendo dalle cause dello sversamento, quando una petroliera
perde il suo carico quale potrebbe essere la prevedibile l’evoluzione
della macchia in mare e a quale destino andrà incontro?
In mare il petrolio tende a diffondersi con grande rapidità; generalmente
si riesce a raccoglierne solo il 15% mentre il rimanente diventa irrecuperabile
e va a depositarsi sul fondale o a riversarsi sulle spiagge. Inoltre,
a seconda dei processi d’alterazione o interazione tra greggio,
acqua marina e sedimenti di spiaggia, il petrolio assume forme e consistenza
diversa: si può sfilacciare sotto l'azione del vento e delle onde
dando luogo a bande allungate oppure aggregarsi e diventare sempre più
denso e viscoso; o peggio ancora arenarsi sulla spiaggia formando sfere
di catrame molto persistenti, miscelate a detriti vari. Ma quali sono
i primi e più evidenti effetti di tutto ciò? Al di là
delle conseguenze lavorative, che meriterebbero una trattazione a parte,
quello che rimane più impresso nella memoria di chi si ritrova
di fronte ad un simile disastro sono i frutti di mare e i pesci al sapore
di petrolio, o le spiagge completamente invase dal catrame e gli uccelli
che oltre a perdere la loro capacità termica non riescono più
a volare.

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